Parlare di tumori è come parlare di licenziamento, o disoccupazione: ci si vergogna, si trovano sinonimi, raramente si affronta il tema apertamente in una conversazione. Ci si isola, si pensa che tutto sia perduto, ci prende il panico, lo sconforto, non si sa come affrontare la propria famiglia, gli amici. Lo devo dire oppure no? Mi commisereranno, farò pena, sembrerò un fallito?
L'altro giorno ero all'Istituto dei tumori con mia madre, lo frequentiamo ormai da un paio d'anni con una certa costanza, e ho letto che Patch Adams, quello vero, aveva tenuto da poco una conferenza per pazienti, medici ed esterni nell'aula magna dell'Istituto.
Ebbene, ho pensato, in entrambe le situazioni la vera soluzione è prendere in mano la propria vita e non arrendersi , valutare con raziocinio il percorso da intraprendere, credere in se stessi e lottare, cercare il bicchiere mezzo pieno e caricarsi di energia positiva. Parlo per esperienza: dalla malattia, e dalla disoccupazione, si può uscire, e chi arriva prima al traguardo è chi non solo il bicchiere mezzo pieno non lo ha mai perso (o quasi) di vista, ma chi ha saputo incoraggiare chi gli stava vicino, chi ha saputo reagire e cercare anche nello sconforto qualche elemento di positività, chi ha saputo trasformare il dramma in opportunità.
Mi commuove come mia madre cerchi di incoraggiare tutte le diverse persone che, tra chemio e operazioni, trova in reparto, e come trovi l'energia per godere intensamente di ogni istante della sua vita. Io voglio fare lo stesso, perchè la disoccupazione è solo un periodo transitorio tra diverse fasi della nostra vita, e non possiamo permetterci di farci umiliare, di perdere autostima, di lasciarci svuotati e inerti a commiserarci e chiederci perchè è successo, senza trovarne ragione.
Dobbiamo parlarne, confrontarci, raccontarci le nostre storie senza reticenze, chiamare le cose con il loro vero nome e combatterle, attivamente.
Ricominciamo da noi!
Paola



